L'arte che libera (e condanna): Mia analisi di "Cesare deve morire" dei fratelli Taviani
Prima di addentrarci nell'analisi voglio fare una premessa importante. Questa mia visione del film in questione nasce da uno scambio di idee con una persona che studia cinema.
Come scritto nel post dove parlo de “il posto delle fragole” di Bergman voglio recuperare bei film ma che ignoro o che non ho mai visto ho deciso di scrivere, chiedere consigli e fidarmi di persone che conosco o che seguo in vari ambiti. "Cesare deve morire", infatti, è il primo di una terna di film che mi ha suggerito Andrea Piemonti, meglio conosciuto sul web e ai tavoli da gioco come piegonti, noto e abilissimo giocatore di Magic: The Gathering, vincitore di un LMS (Warsaw).
Se amate il mondo di Magic o volete seguire le sue avventure, vi lascio qui i suoi riferimenti:
- https://x.com/PiemontiAndrea
- https://www.youtube.com/channel/UCka7bSwdb00JCi5MU086F8g
- https://metafy.gg/@murkguides
Andrea studia critica cinematografica e se la sua abilità nel costruire mazzi di Magic è pari al suo gusto cinematografico, c'è solo da imparare. Ma ora, volo metaforicamente a Roma, dentro le mura del carcere di Rebibbia.
Tra docu-drama e tragedia shakespeariana
Uscito nel 2012 e premiato con l'Orso d'Oro al Festival di Berlino, "Cesare deve morire" è un'opera atipica e potentissima diretta dai fratelli Paolo e Vittorio Taviani. Non è un semplice documentario, né un film di finzione puro: è un docu-drama che segue i detenuti del braccio di massima sicurezza del carcere di Rebibbia durante i provini, le prove e la messa in scena del Giulio Cesare di William Shakespeare.
La genialità dei Taviani sta nell'aver scelto una tragedia che parla di potere, tradimento, complotti, omicidi e onore, per farla recitare a uomini che, nella loro vita reale, hanno vissuto dinamiche tristemente simili (molti degli attori sono ergastolani con passati legati a mafia e camorra).
Quando la maschera diventa lo specchio
L'aspetto più sconvolgente e affascinante del film è il cortocircuito continuo tra la finzione teatrale e la vita vera dei detenuti. Mentre provano le battute di Bruto, Cassio e Cesare, gli uomini di Rebibbia non stanno solo recitando: stanno rivivendo i loro traumi, i loro errori, i tradimenti subiti o perpetrati.
C'è una scena emblematica in cui un detenuto, provando una battuta sul tradimento, si ferma, visibilmente turbato, perché quelle parole di Shakespeare, scritte più di 400 anni fa, sembrano descrivere esattamente il motivo per cui lui si trova chiuso lì dentro. I registi lasciano che i dialetti (campano, pugliese, siciliano) si mescolino all'italiano aulico, rendendo la roma antica incredibilmente vicina, viscerale e contemporanea.
Il bianco e nero, il colore e la prigione dell'arte
noto che a livello registico, i fratelli Taviani scelgtono di far si che la rappresentazione finale sul palco è a colori, mentre tutte le prove, la vita nei bracci, le tensioni tra i detenuti sono in un bianco e nero, come un aspro e contrastato. Questa scelta mi fa pensare come il momento in cui "fanno arte" sia l'unico vero momento di vita a colori, di libertà emotiva e intellettuale.
Eppure, questa stessa libertà ha un prezzo altissimo. Il film si chiude con una battute che ho trovato straziante, pronunciata da Cosimo Rega (l'interprete di Cassio):
"Da quando ho conosciuto l'arte, questa cella è diventata una prigione."
È l'amara consapevolezza che la cultura e il teatro hanno aperto le loro menti, hanno restituito loro una dignità umana e una sensibilità che il carcere aveva sopito, rendendo però la loro condanna fisica ancora più insopportabile.

Un'alienazione teatrale: l'effetto Dogville
mentre guardavo il film e le prove svolgersi nei corridoi spogli e nei cortili angusti del carcere, la mente isolava i personaggi quasi scordando dove si trovavano e questo inevitabilmente mi ha fatto pensare a un capolavoro: Dogville di Lars von Trier. nell'opera del regista danese la scenografia era ridotta a semplici linee tracciate col gesso sul pavimento, qui lo spazio fisico si annulla, assorbito dalla potenza della parola e dell'interpretazione. La spoliazione dell'ambiente è tale che, durante la visione, si arriva a scordare chi si è e in quale luogo ci si trovi. Le sbarre e il cemento scompaiono, lasciando spazio solo alla pura essenza del dramma politico e umano di quegli attori un tempo criminali, in un'immersione che mi travolge annullando i confini spaziali.
Le ombre dell'opera: estetica e retorica
Nonostante la sua innegabile potenza emotiva, l'opera a me fa pensare alcune riflessioni critiche.
In primo luogo, emerge una certa ambiguità etica ed estetica intrinseca al formato del "docu-drama". Il film si muove costantemente sul filo del rasoio tra documentario e finzione, ma la transizione è spesso troppo perfetta. I fratelli Taviani usano un bianco e nero elegantissimo e inquadrature studiate al millimetro. Questa fortissima stilizzazione estetica, per quanto bellissima da vedere, con me ha rischiato di romanticizzare e "ripulire" la vera crudezza della vita carceraria. Spesso mi sono trovato a chiedermi quanto dei conflitti tra i detenuti è reale e quanto è stato sceneggiato e indirizzato dai registi per far risuonare meglio le battute di Shakespeare? Questa manipolazione drammaturgica, sebbene funzionale alla tenuta del film, toglie forse un po' di quell'autenticità viscerale che la premessa documentaristica prometteva.
In secondo luogo, si percepisce una tesi sull'arte leggermente retorica. Il film è costruito per dimostrare un teorema ben preciso: l'arte eleva lo spirito ma, rendendoti consapevole della libertà intellettuale, rende ancora più insopportabile la prigionia fisica. La famosissima e splendida battuta finale di Cosimo Rega di cui parlavo prima e che è un colpo al cuore, ha anche il problema di chiudere il film in modo quasi didascalico. C'è il rischio che la profonda complessità psicologica, il rimorso e il trauma di uomini condannati all'ergastolo (spesso per reati di stampo mafioso gravissimi) vengano ridotti e incasellati in un messaggio catartico un po' troppo netto e risolutivo.
Conclusione
Nonostante queste ombre, "Cesare deve morire" non fa sconti. Non cerca di redimere i suoi protagonisti facendoceli per forza amare o giustificando i loro crimini, ma restituisce loro quell'umanità complessa e tragica che è il cuore stesso dell'opera shakespeariana.
Ringrazio ancora piegonti per avermi spinto a recuperare quest'opera che mi è piaciuta veramente molto. Non sò se questo articolo (che sembra più un mio diario) verrà mai visto da cosi tante persone ma nel caso se non l'avete ancora visto, fatelo perchè merita.
(i film che mi sono stati consigliati erano: cesare deve morire, la persona peggiore del mondo e viaggio a tokyo. non è detto verranno pubblicati anche gli altri anche perchè la persona peggiore del mondo non l’ho ancora visto mentre di viaggio a tokyo ho solo appunti presi durante e dopo la visione, niente di concreto.)
Lascio anche questa videorecensione del buon Federico Frusciante persona che mi ha aiutato molto nella mia cultura e con cui ho avuto il piacere di scambiare qualche chiacchera e che mi mancherà ora che non c’è più