L'Insopportabile Leggerezza del Sapere da Scroll: Cronache di un'Apocalisse Cognitiva

L'Insopportabile Leggerezza del Sapere da Scroll: Cronache di un'Apocalisse Cognitiva

C'è qualcosa di teneramente patetico nell'osservare l'Homo Digitalis mentre, con lo sguardo vitreo illuminato dalla luce bluastra di uno smartphone, si convince di star imparando. È la grande menzogna dell'ultimo decennio: la convinzione che l'intrattenimento passivo sia sinonimo di studio, che l'accumulo bulimico di nozioni frammentate equivalga alla cultura.

Viviamo nell'era della "cultura snack", dove la complessità del reale viene masticata, predigerita e rigurgitata in pillole da sessanta secondi, pronte per essere ingoiate senza sforzo alcuno tra un video di gattini e un video di una neomamma sedicenne che compra un corredino.

Il Miraggio dell'Onniscienza da Divano

Il fenomeno è affascinante, se si ha lo stomaco per osservarlo. L'utente medio guarda un video di 60 secondi sulla meccanica quantistica, spiegata con metafore e gag, e all'apice del picco di arroganza cognitiva, si sente improvvisamente un fisico teorico. Ha capito. O meglio, ha provato quella scarica di dopamina che il cervello rilascia quando crede di aver capito, che è biochimicamente identica alla comprensione reale, ma senza il fastidioso effetto collaterale della fatica e dello stare piegato per notti intere sui libri.

Non state studiando. State guardando la televisione. Solo che al posto dei cartoni animati c'è un tizio con una ring light che vi vende l'illusione di essere intelligenti senza aver mai aperto un libro. Scambiare la divulgazione per lo studio è come guardare una serie "medical drama" e presentarsi in sala operatoria col bisturi in mano. È un surrogato, un simulacro di conoscenza che svanisce nel momento esatto in cui fate swipe up.

I Mercenari dell'Algoritmo: L'Ascesa dei Tuttologi del Nulla

E poi ci sono loro: i sacerdoti di questo tempio di cartapesta. I divulgatori social. Un tempo, l'esperto era colui che dedicava la vita a scavare in una nicchia microscopica del sapere umano, emergendo dopo decenni con una perla di verità. Oggi, l'esperto è colui che ha capito come funziona l'algoritmo.

La tragedia non è tanto nella semplificazione (che è necessaria, per carità) quanto nella disperata rincorsa all'Hype. Vediamo astrofisici divulgare di geopolitica con la stessa serietà con cui parlano di buchi neri, psicologi che analizzano l'economia globale, storici che pontificano sull'intelligenza artificiale. Perché? Perché l'algoritmo non perdona il silenzio. L'algoritmo vuole carne fresca. E se il tuo campo di studi non è "in trend" questa settimana, beh, pazienza: ti inventerai esperto di qualcos'altro.

E quindi siamo pieni di Chimici che parlano di animali, di fisici teorici che spiegano comportamenti delle masse e laureati in scienze motorie che ti fanno le diete (ah no questo è spoiler per un futuro pensiero di questo blog)

Il risultato è un cacofonico coro di banalità trite e ritrite. Invece di un mosaico di voci autorevoli, ognuna maestra nel proprio dominio, ci ritroviamo in un incubo indistinto dove tutti parlano di tutto, livellando la conoscenza verso il basso in una melassa di ovvietà "potabili" per la massa.

Guardatevi attorno: la scienza è diventata un varietà. Abbiamo professori di fisica che, tra un ciuffo phonato e un sorriso a trentadue denti, riducono la termodinamica a un numero da cabaret per raccattare like su TikTok ("La fisica che piace", ma a chi? All'algoritmo, forse). Abbiamo canali di geologia pop dove la complessità della Terra viene narrata con l'entusiasmo isterico e sovraeccitato di una televendita di materassi, trasformando disastri e fenomeni naturali in pillole di "curiosità" da consumare mentre si è in bagno e senza aver la decenza di ammettere un errore quando capita, si cancella e stop. Non è più divulgazione, è performance. È il sapere che si prostituisce all'intrattenimento, vestendosi da clown per non annoiare un pubblico che ha la soglia di attenzione di un pesce rosso. O forse, l'atto davvero eversivo sarebbe lasciarlo scappare, quel pesce, rinunciando alla dittatura dei grandi numeri per un'audience più esigua, ma finalmente senziente.


Fenomenologia del Pappagallo Digitale: Il Caso Vincenzo

Scendiamo nel pratico, con un aneddoto dal fronte. Frequento un server Discord, dove ogni tanto vado per giocare a videogame multiplayer e ogni tanto guardare serie in compagnia, dai tempi del covid. Qui ogni tanto si palesa un personaggio che chiamerò Vincenzo, per pietà di cronaca, che incarna parte di questo problema e che spesso mi da da pensare e non riesco a trovare un modo sensato con il quale rapportarmi. Vincenzo vanta un curriculum scolastico che potremmo definire "essenziale". E sia chiaro: non è il titolo di studio a fare la persona, e il classismo è l'arma degli idioti. Il problema di Vincenzo non è l'ignoranza, è l'assenza di dubbio mista arroganza.

La sua patologia è una forma acuta di "FOMO verbale", un horror vacui del pensiero che gli impedisce fisicamente di tacere. Vincenzo deve avere un'opinione su tutto, anche e soprattutto su ciò che ignora totalmente. Per lui il silenzio non è contemplato, è inesistente, DEVE avere un opinione in merito a tutto. Un esempio clinico? L'altra sera si unisce a noi per guardare il finale di serie di Ted Lasso. Vincenzo non ne ha mai visto un minuto. Non sa chi siano i personaggi, ignora le dinamiche, è un alieno in quella situazione. Guarda distrattamente metà del penultimo episodio e l'ultimo. Eppure, mentre scorrono i titoli di coda, sente l'impulso irrefrenabile di sentenziare: "Secondo me serve assolutamente una quarta stagione, ci sono ancora troppe cose aperte". Quali cose, Vincenzo? Quali archi narrativi, se non ne hai mai visto l'inizio? La sua non è partecipazione, è un disperato tentativo di marcare il territorio, di urinare metaforicamente su ogni argomento per dire "io ci sono, io ho una voce". Anche se quella voce non ha nulla da dire.

Vincenzo pontifica anche sulla fisica quantistica con la sicurezza di un Nobel, ma basta scalfire la superficie con un banale "perché?" in stile socratico per vedere il suo monolite di certezze sgretolarsi. Non sa rispondere. Non sa spiegare. Ignora e fa finta di niente. La sera stessa scorrendo il feed di tiktok ecco l'epifania: l'influencer di turno ripete le stesse identiche frasi di Vincenzo sentite qualche ora prima. Parola per parola. Vincenzo non stava elaborando un pensiero; stava facendo da ripetitore passivo, un ponte radio di banalità altrui. Mi verrebbe voglia di ribattezzare il bias cognitivo in suo onore: non più semplice effetto Dunning-Kruger, ma "Dunning-Kruger-Vincenzo", dove l'ignoranza non è solo beatitudine, ma è arroganza ripetuta in alta definizione.

Conclusione: L'Onestà Intellettuale del Trash

In questo teatro dell'assurdo, paradossalmente, per me, l'unica scelta saggia e intellettualmente onesta è il distacco netto. Non usate i social per imparare. Usateli come faccio io, cioè per quello per cui sono stati progettati: l'oblio. Molto meglio anestetizzarsi consapevolmente con video demenziali, compilation di gente che cade o il delirio trash dell'ultimo influencer senza arte né parte. Almeno lì il patto è chiaro e cristallino: io fingo di divertirmi, tu fingi di intrattenermi, e nessuno dei due finge di essere intelligente.

C'è più dignità nel guardare un video di pura idiozia, sapendo che è spazzatura, piuttosto che illudersi di nutrirsi di cultura guardando un video "educativo" che è, in realtà, la stessa identica spazzatura, solo vestita da cioccolato gourmet. La "merda vestita da cioccolato" vi renderà arroganti e vacui; la "merda dichiarata" vi lascerà almeno la lucidità di sapere chi siete. Siate fieri del vostro consumo di trash: è l'unico momento di verità in un oceano di bugie patinate.

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