Niente Comfort Movie: I miei pensieri su "Il posto delle fragole"

Niente Comfort Movie: I miei pensieri su "Il posto delle fragole"

Intro: Oltre le classifiche

Per quanti film io abbia mai visto, e credevo fossero tanti, guardando le varie liste dei "capolavori imprescindibili" mi sono reso conto che molti mi mancavano. Alcuni li ho visti a pezzi mentre altri ero troppo piccolo per capirli davvero.

Così ho deciso: quest’anno niente "comfort movie" visti e rivisti (capito niente ocean's eleven visto una dozzina di volte) . Voglio recuperare questi film e scriverne subito dopo per fissare cosa mi hanno lasciato, come leggo nei vari blog.

Una premessa è d'obbligo: a me delle classifiche importa poco. I critici cinematografici spesso mi stanno sul cazzo: trovo che siano un'élite che vive di pompini a vicenda che professa sapienza parlando a posteriori di opere che dovrebbero essere per tutti. Non leggerò mai simbolismi astrusi che devono spiegarmi loro; se l'autore non ne ha parlato esplicitamente, per me non esistono. Il cinema è soggettivo: per qualcuno Natale a New York può essere meglio di 2001: Odissea nello spazio, e va bene così. Aggiungo questa nota perché oggi mi è apparso la solita clip di un critico (Frusciante) dove si fa passare un messaggio del tipo "i miei gusti sono migliori dei tuoi" e ho paura solo a pensare che qualcuno possa pensare che io possa dire o pensare una aberrazione del genere.

Ieri ho visto "Il posto delle fragole" (1957) di Ingmar Bergman.

Di cosa parla (in breve)

La trama è semplice. Il professor Isak Borg, 78 anni, deve andare a ricevere un titolo onorifico. Dopo un incubo premonitore, decide di andare in auto invece che in aereo, accompagnato dalla nuora Marianne. È un viaggio fisico, ma soprattutto mentale: incontri reali (degli autostoppisti) si mischiano a ricordi e sogni che lo costringono a fare i conti con la sua vita.

Nota a margine: da wikipedia scopro che il protagonista è Victor Sjöström, leggenda del cinema muto e "padre" artistico per Bergman.


Se vuoi evitare gli spoiler smetti di leggere....ORA!

Quello che non mi torna (o forse sono io)

C'è una cosa che mi ha colpito, ma che è anche la meno approfondita nel film. Forse sono un uomo di un'altra epoca, o forse mi sfugge qualcosa di elementare, ma c'è un passaggio che non mi "torna".

Vediamo Isak giovane perdere l'amore della sua vita, Sara, che decide di sposare il fratello di lui, Sigfrid. Ma manca un evento scatenante, un "perché" forte. Lei viene baciata da Sigfrid, vacilla, e poi lascia Isak. Poi vediamo Isak adulto, ormai luminare della medicina, condurre una vita familiare misera con una moglie che lo tradiva perché non si sentiva amata.

Non riesco a capire il nesso causale: come può il rammarico per Sara aver pesato così tanto sul matrimonio successivo? Ci sarà stata una parte della vita in cui Isak e la moglie si sono scelti, o in passato ci si accontentava e basta? Perché togliere questa parte di storia?

Questa rabbia sotterranea sembra aver "infettato" anche il figlio Evald, che è quasi una copia del padre ma ancora più cinico: vuole fermare la sua stirpe, non vuole figli, si sente "morto" a 35 anni. Mi è mancato un po' di "auto-analisi" da parte del figlio, anche se alla fine, parlando con il padre, ammette che non può lasciare sua moglie andare. Forse sono concetti di amore ed esistenza così diversi dai miei che fatico ad afferrarli.

L'anello mancante: La madre

A pensarci bene, però, un indizio c'è, ed è la scena della madre di Isak. Una vecchia di 96 anni, gelida, che tira fuori vecchi giocattoli come se fossero pezzi di un inventario e si lamenta della solitudine mentre allontana tutti. Lì ho visto l'origine di tutto. Il gelo di Isak non è nato dal nulla, è ereditario. È una catena di freddezza che si passa di generazione in generazione, dalla madre a Isak, e da Isak a Evald. Lei è la radice di quel male di vivere che impedisce agli uomini di questa famiglia di amare davvero.

Gli incontri: Il vecchio e i giovani

Mi sono piaciuti molto gli autostoppisti. La ragazza sembra rappresentare il futuro: una generazione che conosce Isak solo per quello che è ora, non per i suoi errori passati. Gli fa capire che non è una brutta persona, che può essere gradevole anche per i giovani se si lascia il passato alle spalle. Gli altri due ragazzi rappresentano un po' quella confusione borghese, tra ottimismo e dibattiti su Dio, ma non sono riuscito a inquadrarli del tutto nella metamorfosi di Isak, ma anche lui sembra un tantino respingende dicendo di non voler annoiare con i suoi pensieri in merito alla discussione su Dio.

Le scene che restano

Due momenti mi sono rimasti impressi sopra ogni altro:

  1. L'esame di medicina (l'incubo): Vedere un uomo di quella cultura inerte, impaurito e giudicato incapace di fare diagnosi basilari (la paziente è morta, anzi no, ride).
  2. La coppia che sbanda: Il soccorso ai due coniugi (Alman e Berit) e il loro successivo abbandono per strada. Il cinismo del marito in quella scena è glaciale.

Compassione, non rabbia

Il film ci dice, tramite la nuora Marianne, che Isak è un vecchio egoista. Eppure io non ho provato rabbia. Ho provato tristezza per lui, quasi compassione. In cosa avrei dovuto vedere questo egoismo imperdonabile? Vedo solo un uomo solo. Il finale mi lascia perplesso: Isak sorride nel letto, ma mi è sembrato che mancasse qualcosa. È cambiato davvero o ha solo accettato il destino?

Conclusione

Perché è un capolavoro? Sicuramente per l'epoca in cui è stato fatto è notevole. È girato benissimo, la fotografia è splendida (sono rimasto affascinato nel cercare di capire come girassero le scene in auto negli anni '50) e gli attori sono bravi. La storia, nonostante i miei dubbi, è alla portata di tutti.

A chi lo consiglio? A nessuno e a tutti. È uno di quei film che vanno visti ma non "consigliati". Quando ti senti pronto, lo guardi.

Prossima visione: Sono indeciso. La lista dei "must watch" incombe. Forse Il settimo sigillo (ancora Bergman), I predatori dell'arca perduta (Indiana Jones) o Mr. Vendetta. Vedremo dove mi porta l'umore.

EXTRA: Uno specchio personale (Forse da cancellare)

C’è un motivo se questo film mi ha colpito più del previsto, ed è un motivo che non riguarda Bergman.

Mio padre è un medico. A un certo punto ha tradito mia madre, se n’è andato, si è rifatto una vita e ci ha lasciati indietro. Guardando la madre novantaseienne di Isak, quella freddezza inamidita, quel modo di parlare della solitudine mentre respinge chi le sta vicino . ho rivisto mia nonna. Non come “somiglianza”, ma come meccanismo: la stessa matrice emotiva, lo stesso gelo che non si scioglie neanche davanti agli affetti.

E poi ci sono io.

Evald, il figlio di Isak, mi ha fatto un effetto strano: non perché mi assomigli davvero, ma perché sembra la versione che potrei diventare se lasciassi che certe cose sedimentino. Cinico, chiuso, già stanco. Uno che a trentacinque anni si sente finito e decide di interrompere la linea, non per odio, ma per disincanto.

Forse per questo non ho provato rabbia verso Isak. Ho provato compassione. E dentro quella compassione c’era una domanda che non mi piace: quanto di quella pietra me la porto addosso anch’io? E se riuscissi a guardare Isak con pietà, riuscirei un giorno a guardare allo stesso modo mio padre? O la mia è solo paura di somigliargli?