Nel 2026 ci sono ancora persone che scrivono mail da zero XD
Recentemente mi è capitato sott'occhio una foto sul canale telegram dei ripster, era uno screen che riprendeva un post scritto da un noto """influencer del tutto ciò che è in hype nel momento"""*** che con un misto di sufficienza e pragmatismo tipico di questo 2026 recitava: "Nel 2026 ci sono ancora persone che scrivono mail da zero".

L'intento era chiaro: celebrare l'efficienza, l'automazione, il progresso. Ma la mia prima reazione è stata di segno opposto. Ho pensato: da quando in qua ci si vanta di essere analfabeti?
Può sembrare un volo pindarico, un'esagerazione da "luddista" del nuovo millennio, ma fermiamoci un secondo a riflettere sulla storia della nostra civiltà.
Il vanto dell'ignoranza
A primo impatto stavo per rispondere direttamente sul gruppo, questo era il messaggio:
"Se c’è una cosa che mi da fastidio sono le persone che si vantano di essere degli analfabeti. O che sentono il bisogno di dire che sono dipendenti da algoritmi anche per rispondere ad una mail ”
Poi invece mi è venuta in mente l'idea di approfondire che magari sarebbe uscito qualcosa di interessante.
Dagli amanuensi agli algoritmi: il ritorno alla delega
Per secoli, la scrittura è stata una competenza tecnica riservata a pochi. Se volevi comunicare un pensiero complesso, un contratto o una lettera d'amore, dovevi affidarti a un amanuense o a uno scriba. C'era sempre un mediatore tra la tua mente e il foglio: qualcuno che traduceva il tuo pensiero in inchostro.
Poi è arrivata l'alfabetizzazione di massa. Abbiamo imparato a impugnare la penna e, più recentemente, a usare la tastiera. È stata una rivoluzione silenziosa ma titanica: abbiamo conquistato la sovranità sul nostro messaggio. Non avevamo più bisogno di un interprete; potevamo finalmente pensare e scrivere in prima persona.
Oggi, nel 2026, quel cerchio sembra chiudersi. Vantarsi di non scrivere più nulla "da zero" significa, di fatto, celebrare il ritorno a quella dipendenza. Abbiamo sostituito l'amanuense in carne e ossa con un algoritmo, ma il risultato non cambia: stiamo delegando a un'entità esterna il compito di dare forma ai nostri pensieri. Il rischio è di non accorgersi che, perdendo l'abitudine alla scrittura autonoma, stiamo rinunciando a quella libertà intellettuale che abbiamo impiegato secoli a democratizzare.
Scrivere non è "produrre", è "pensare"
L'errore di fondo è considerare la scrittura come quella di una semplice mail come un mero compito logistico, un "output" da generare nel minor tempo possibile.
La verità è che scrivere è l'esercizio del pensiero. Quando scrivo "da zero":
- Scelgo le parole: e scegliendo le parole, definisco con precisione quello che provo o che voglio ottenere.
- Organizzo la struttura: e così facendo, metto ordine nel caos dei miei pensieri.
- Calibro il tono: esercitando l'empatia verso chi riceverà il messaggio.
Se premo un tasto e lascio che un'IA faccia tutto questo al posto mio, non sto solo risparmiando tempo. Sto atrofizzando un muscolo cognitivo. Sto accettando che la mia "voce" diventi una media statistica di miliardi di altre voci.
Lode all'errore: la prova di esistenza
In questo scenario di perfezione sintetica, ho iniziato a fare qualcosa di strano: cerco l'errore. Quando leggo un messaggio e trovo un refuso, una ripetizione, una virgola messa nel posto "sbagliato" ma con un ritmo tutto suo, provo un senso di sollievo e.....
sono felice.
Perché oggi l'errore è diventato una traccia umana. La sbavatura vale più della perfezione senz’anima. Prima cercavamo la perfezione per dimostrare competenza; oggi cerchiamo i difetti come prova di autenticità. Un refuso non è un pregio in senso assoluto, ma è diventato una "prova di realtà", l'impronta digitale di qualcuno che era davvero lì, dietro la tastiera, a lottare con i propri pensieri. L’imperfezione è presenza.
Il tradimento della forma: quando l'IA "scrive meglio"

Devo dirlo: forse parlo cosi perchè ci sono cascato. Mi è capitato di scrivere un pensiero (https://www.mariodose.com/lo-dico-da-linsopportabile-ipocrisia-della-premessa-identitaria/), di guardarlo con orgoglio e poi, per una macabra curiosità, di darlo in pasto all'IA con un prompt pigro: "Vediamo come lo scriveresti tu".
Il risultato è arrivato in una frazione di secondo. Era più fluido. Le frasi erano più levigate, il ritmo più cadenzato, il lessico più ricercato. Un prodotto nettamente "migliore" del mio, e non più mio. In quel momento ho provato una strana sensazione di malessere, non potevo tornare più indietro.
Le frasi che avevo letto erano bellissime e ormai erano dentro la mia testa, non potevo ignorarle e non potevo più toglierle: ho preso un paio di quelle frasi, le ho incollate nel mio post, convinto che il messaggio finale fosse più importante della sua origine.
Ma una volta pubblicato, quel post ho iniziato a odiarlo. Ogni volta che lo rileggevo, quelle frasi "migliori" mi saltavano agli occhi come corpi estranei. Sapevo che non erano al 100% mie. Il miglioramento tecnico non aveva cancellato il senso di espropriazione. Avevo barattato la mia identità con un’efficienza che mi ha lasciato con un testo "perfetto", ma che non mi apparteneva più. Mi sono sentito tradito non dall'IA, ma da me stesso.
La nuova alfabetizzazione
Se nel dopoguerra l'obiettivo dei vari programmi tv era insegnare a tutti a impugnare una penna, oggi la sfida è un'altra: non dimenticare come si usa il cervello per comunicare.
Usare l'IA come copilota secondo me può essere intelligente. Usarla per smettere di pensare è un regresso mascherato da progresso. Chi oggi si vanta di non scrivere più nulla "da zero" mi fa pensare che solo che non stiamo diventando più evoluti ma solo più dipendenti.
In un mondo dove le macchine scriveranno miliardi di parole perfette, piatte e tutte uguali, scrivere "da zero" diventerà il vero segno distintivo di un essere umano sveglio. Sarà l'unico modo per dire: "Io esisto, io penso, e queste sono le mie parole".
Forse nel 2026 scrivere da zero è "lento". Ma è una lentezza che ci rende liberi.
Si, SCRIVERE CI RENDE LIBERI...ah no, non era cosi.

PS: Sarò incoerente ad usare immagini generati da AI? nella mia testa perchè queste non valgono? dovrei continuare ad indagare e capire? o forse semplicemente non gli do valore perchè non sò (piu) disegnare e cerco solo immagini pigre per spezzare i paragrafi?
DISCAILMER ***"""influencer del tutto ciò che è in hype nel momento""" non vuole essere considerato denigratorio, anzi tanto di cappello