Cose che mi fanno godere: Odiato dai vecchi

Cose che mi fanno godere: Odiato dai vecchi

L'aria dentro l'ufficio postale ha un odore specifico: è una miscela di carta umida, polvere di timbri e il fiato corto di chi non ha più nulla da chiedere al tempo se non di consumarsi il più lentamente possibile. Entro nell'arena alle 18:55. L'appuntamento è per le 19:00. Sono un chirurgo del tempo in una stanza piena di pazienti terminali che pregano davanti a un dispensatore di bigliettini gialli.

Loro sono lì, schierati sulle sedie di metallo come reperti archeologici dimenticati dall'INPS. Hanno occhi vitrei fissi su un tabellone LED, stringendo pezzi di carta stropicciati che per loro rappresentano l'unico legame rimasto con la realtà civile. Mi guardano. Mi annusano. Sentono l'odore del QR code sul mio smartphone, una tecnologia che per loro è indistinguibile dalla magia nera.

«Eh, io sono qui dalle 17...» sibila uno, una sorta di fossile vivente con la giacca che puzza di naftalina. «Inutile che guardi, oggi non si muove niente,» gracida un altro, un corvo in pensione che ha deciso di fare della frustrazione la sua missione di vita. «Torni domani, giovanotto. Qui c'è gente che aspetta da una vita. Lei è l'ultimo arrivato. E la posta chiude tra trenta minuti.»

Li guardo con un disgusto appena accennato, lo sguardo che un predatore riserva a una preda che non sa ancora di essere già morta. Mi avvicino al totem. Non tocco il pulsante fisico, quello unto dalle dita di mille disperati. Accosto il telefono. Beep. Check-in confermato. La macchina riconosce il mio privilegio digitale.

Mancano cinque minuti. Mi appoggio al muro, incrocio le braccia. Sento i loro commenti salire come fumo tossico: «Ma che fa quello? Non ha preso il numero?», «Pensa di saltare la fila?», «Questi giovani non hanno più rispetto...».

Poi succede. Il suono che per loro è un miraggio, per me è una sinfonia di vittoria.

Ding.

Il display si illumina. Il mio numero. Non il loro. Non il 'P065' che il vecchio col bastone stringe come un rosario da quaranta minuti. Il mio: il mitico MP900. Dove 'M' sta per Mobile. Dove 'M' sta per Modernità. Quello nato dall'etere, dal cloud, dalla mia supremazia tecnologica.

Il silenzio che cala nella stanza è cinematografico. È il momento in cui l'eroe cammina al rallentatore mentre dietro di lui esplode tutto. Attraverso la navata centrale tra le sedie di acciaio vecchio. Sento i loro sguardi confusi trasformarsi in pura, purissima rabbia impotente. Non capiscono. Non possono capire come lo spazio-tempo si sia piegato al mio volere mentre loro restano intrappolati in un eterno presente fatto di attesa e lamentele.

Arrivo allo sportello. L'impiegato mi guarda come si guarda un messaggero divino. «Buongiorno, devo spedire quattro pacchi Vinted.» «Certo, mi dia i codici. Prego.»

Mentre poggio i pacchi sul bancone, non mi volto neanche per un istante. Ma sento tutto. Dopo due secondi di silenzio attonito, l'aria inizia a vibrare di bisbigli, lamentele sature di anni di frustrazione. Parole d’odio masticate tra gengive stanche, come se fossi un usurpatore, un ladro di tempo, un demone che ha violato le sacre leggi della fila.

Le loro imprecazioni e il loro astio sono pura energia. Mi nutrono. Mi fanno godere. Rischio un'erezione. Ogni loro "non è giusto" è una conferma della mia posizione nella catena alimentare.

Ho goduto? Sì. Anche se "godere" è un termine troppo debole per descrivere il piacere quasi erotico di veder soccombere l'analogico sotto i colpi del digitale. È stata un'epifania. È stato guardare l'estinzione dei dinosauri dal finestrino di un'astronave. Sono uscito tre minuti dopo, lasciandoli lì a marcire nel loro tempo immobile, mentre io tornavo nel futuro con la soddisfazione di chi ha appena banchettato con la loro impotenza.


cosa sarà meglio? un pompino o la sensazione di aver distrutto sogni e speranze di vecchi?.


Un giorno sarò al loro posto, però per ora godo.